storia, mare e lezioni da comandante🚤🤿
28 GENNAIO 2026 – di Andrea (PassioneMare) – Tempo di lettura: 4 minuti
1000 auto sul fondo del mare a Varazze
Sui fondali davanti a Varazze, a una cinquantina di metri di profondità, c’è un “parcheggio” che nessun comandante sano di mente vorrebbe mai vedere sulla propria rotta: centinaia, forse oltre mille auto adagiate sul fondo del mare, in silenzio, da più di mezzo secolo. 🚗🌊 Qui si possono trovare 1000 auto sul fondo del mare a Varazze, testimoni silenziosi di un passato dimenticato.
La notte in cui il mare si riempì di auto 🚨

Tutto parte in autunno 1970: tra il 7 e l’8 ottobre una violenta alluvione colpisce Genova, acqua e fango travolgono strade, garage, quartieri interi.
Nel caos restano centinaia di auto distrutte, in gran parte Fiat dell’epoca – 850, 128 e simili – ormai irrecuperabili, ammucchiate un po’ ovunque come relitti di una città ferita.
Nel bel mezzo dell’emergenza bisogna decidere in fretta cosa farne, e qui entra in gioco l’idea che oggi ci sembra assurda ma allora sembrava quasi “moderna”: caricare queste auto e affondarle al largo di Varazze, presentando l’operazione come intervento “a finalità ecologica” per creare barriere artificiali a favore della vita marina, promossa da Fiat con la Lega Navale.
Le vetture vengono bonificate alla buona, tolti carburanti e lubrificanti per limitare i danni ambientali, poi finite in mare, ordinate in file sul fondale come in un parcheggio sommerso futuristico… solo che siamo nel 1970, non in un film di fantascienza.
Da comandante, questa storia è l’esempio perfetto di come, in buona fede e in emergenza, a volte si prenda il mare come una discarica “comoda”. Oggi non passerebbe neanche per l’anticamera di una riunione tecnica.
Com’è oggi il “cimitero delle auto” di Varazze 🐟
Oggi, a circa 50 metri di profondità al largo di Varazze, quelle auto sono ancora lì: scocche corrose, telai, parti metalliche ormai irriconoscibili, ma ancora perfettamente riconducibili alla forma di un’auto.
In oltre mezzo secolo sono state colonizzate dalla vita marina: alghe, spugne, crostacei, pesci di ogni taglia hanno trasformato quel cimitero in un reef artificiale molto frequentato dalla fauna ittica ligure.
Le immagini dei progetti come Abyss Cleanup e dei sub che le riprendono sono surreali:
- file di auto adagiate sul fondo,
- fari e cofani arrugginiti che spuntano tra le gorgonie,
- banchi di pesci che entrano ed escono dai finestrini come da tane naturali.
È una scena che, da comandante, ti lascia una doppia sensazione: da un lato incanto per la capacità del mare di inglobare tutto e farci crescere vita sopra; dall’altro disagio per l’idea che, per “aiutare il mare”, abbiamo pensato di riempirlo di carcasse d’auto.
Barriere artificiali: quando aiutano e quando no 🌊⚖️
L’idea di fondo non era totalmente campata in aria: creare barriere artificiali per offrire riparo e substrato a pesci e organismi marini è una pratica usata in giro per il mondo.
Ma tra un reef artificiale pensato e studiato (blocchi, strutture dedicate, materiali controllati) e buttare in mare auto incidentate e bonificate “sommariamente”, c’è un abisso.
Il nodo è sempre lo stesso:
- cosa metti in mare (materiali, vernici, residui);
- come lo prepari;
- dove lo posi e con che controllo nel tempo.
Nel caso di Varazze, il bilancio è strano:
- da un lato, oggi quelle auto sono diventate rifugio per una grande quantità di fauna ittica e fanno parte del paesaggio sommerso ligure;
- dall’altro, restano un monumento alle scelte frettolose fatte quando si pensava che il mare potesse digerire tutto, e in fretta.
Come comandante, a chi mi chiede “ma quindi è stato giusto o sbagliato?” rispondo sempre: «Più che giusto o sbagliato, è figlio del suo tempo. Oggi, se una soluzione parte con “buttiamo in mare…”, la risposta dev’essere NO per principio».
Aneddoti da comandante: quando il mare ti presenta il conto 🧭
In pozzetto, quando racconto la storia delle “1000 auto di Varazze”, la uso sempre per parlare di responsabilità.
Immagina questa scena:
sei in barca, radar spento, ecoscandaglio che ti fa vedere solo il fondale piatto… e sotto di te c’è un parcheggio di auto a 50 metri. Non le vedi, non le tocchi, non ti dan fastidio sulle eliche. Ma ci sono.
È un po’ così per tante cose che buttiamo o abbiamo buttato in mare negli anni:
- reti fantasma che continuano a pescare,
- plastica che non scompare,
- materiali “fantasma” che restano per decenni sul fondo.
Il mare è bravissimo a nascondere la sporcizia sotto il tappeto blu, ma prima o poi te la rimette davanti: un delfino intrappolato, una tartaruga con la plastica, un fondale danneggiato. Le auto di Varazze sono la versione macroscopica di questo concetto.
Cosa ci insegna questa storia (a noi diportisti e sub) 🚤🤿
Tre cose che, da comandante, mi porto a casa e cerco di trasmettere ai miei ospiti ogni volta che ci penso:
- Il mare non è una discarica “intelligente”
Quello che butti non sparisce, cambia solo forma e indirizzo. Che siano auto, batterie, oli o sacchi di plastica, da qualche parte restano. - Le buone intenzioni non bastano
Anche se all’epoca si parlò di “finalità ecologica” e di barriere per i pesci, oggi sappiamo che certe scelte vanno pianificate, studiate e monitorate, non improvvisate per liberare le città dai rifiuti. - Ogni gesto in barca conta
Non serve essere un’industria per fare danni: un olio motore cambiato male, un sacco di immondizia volato in mare, una bomboletta spray abbandonata in porto sono la “nostra piccola Varazze”.
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